Da "La Vallée" 2006

Charaban, cala il sipario
Lo Charaban 2006 inizia con il direttore Sergio Jovial che arriva davanti al sipario in bicicletta e con in testa un casco color canarino. Poi scende e attacca un monologo, se la prende con la rottamazione delle macchine ("viviamo in un'epoca che vuole buttare via tutto") e azzarda la previsione che il desiderio di quei quattro comuni del Piemonte che vogliono unirsi alla Valle d'Aosta, si realizzerà in tempi brevi.
Poi, Jovial lascia spazio alla prima pièce, "Les nevaou de tanta Fine", nella quale due nipoti sempliciotti, Tavien e Placide, brigano per mandare all'altro mondo zia Fine, perchè vogliono ereditare i suoi beni: case, campagna e tanti milioni in banca. Ma la zia è tipo tosto e non dà peso ai rumori che i nipoti provocano in solaio per metterle paura e sa la ride quando li vede travestiti da fantasmi. Ai nipoti tocca l'eredità, all'uno la proprietà della casa e all'altro l'usufrutto, ma si tratta di una soluzione a lunga scadenza poichè zia Fine conta di vivere almeno altri trent'anni, e il notaio Foillet leggee con sussiego l'atto, che parla di "donachon temporella".
Il primo intermezzo musicale è offerto da "Les voix de la Tour" che come repertorio tendono al melodico, cantano "Vecchia Balera" e poi "La Désarpa" e "Ma verda vallaye", scritte da un poeta che ha molto amato la Valle d'Aosta, il canonico Jean Domaine.
Cambiano gli arredi scenici, la pi+ce "La refèichon..., tradichonella" mostra una cucina tutta computerizzata, con forni a microonde che emettono impulsi luminosi elettronici. La refezione è basata su sapori tradizionali coma la seupetta a la valpellintse, ma la modernità dei tempi impone cambiamenti anche in campo dietetico e quindi sulla mensa dei ragazzi dovranno esserci alimenti precotti, con scadenza garantita di un anno, li produce una ditta di Milano che li scarica a Pont Saint Martin, da dove prenderanno le strade che portano a tutte le scuole della Valle. Ma su questa innovazione non sono d'accordo la cuoca, alcuni genitori e neppure il bidello, viene così convocato il consiglio d'istituto che vuol sentire e mettere alla prova il dietologo: i suoi piatti però sanno di poco, hanno un colore neutro,  qualcosa non quadra nella novità gastronomica e neppure depongono a suo favore le tute candide degli operai della ditta che li fanno sembrare degli astronauti. E quando il dietologo è invitato ad assaggiare i piatti che lui decanta, si rifiuta e dice che prima deve assumere quattro pastiglie contro il colesterolo. Capisce che tira una brutta aria, meglio battere subito in ritirata con la sua équipe. La cuoca, il bidello e i genitori sono contenti per lo scampato pericolo e si rimane ai piatti della cucina valdostana, compresa la polenta grassa, alla faccia degli oligoelementi nei piatti precotti.
Poi è l'ora del cabaret con i Folk d'Antan che offrono musica briosa, godibile, molto applaudita.
La terza pièce, "L'assessorà i simplificachon", è una girandola di fatti spassosi, le persone vengono sballottate da uno sportello all'altro, sono in scena un impiegato che legge tranquillo il giornale ed un'impiegata più intelligente alle prese con un piccolo spostamento del filo del telefono, che però comporterà la "mobilitazione" di dieci persone, tra funzionari, ingegneri e perfino il direttore della Protezione Civile. E non parliamo delle persone convocate in quello strano ufficio che apre dalle 11 alle 11,15: una signora deve pagare una salata multa perchè l'occhio satellitare dell'Arpa l'ha fotografata mentre orinava contro un noce su una sua proprietà, però la colpa non sta nell'offesa al pudore ma nell'inquinamento del terreno. Poi tocca ad un viticoltore che deve fare registrare ogni movimento di carico e scarico nella sua cantina, e segnalare qualità del vino, tannino e gradazione alcolica. Ma è un agricoltore che alla fine sbotta davanti alla fiscalità di certe leggi che gli impediscono di spargere il letame sui suoi prati, perchè deve segnalare persino la differenziazione del refluo zootecnico tra gli animali da stalla e quelli da cortile.
Il contadino tira fuori dallo sportello l'impiegato un pò cinico e lo minaccia gravemente: a quel punto verrà subito timbrato con forza e per quattro volte il foglio di autorizzazione.
Poi si registra un'ultima uscita di Jovial che per incrementare l'economia regionale propone di spedire molte partite di fontina agli africani in cambio del loro petrolio.
L'ultima pièce, "La penchon d'invaliditò", vede un direttore che prima di curare gli umani faceva il veterinario e adesso accerta il loro grado di invalidità per ottenere la pensione. Nello studio due persone: una è anziana, curva, cammina appoggiandosi alla moglie e al bastone, l'altra invece è ancora giovane e robusta, ma si finge ipovedente, sorda e menomata nei movimenti. Sarà quest'ultima ad ottenere la pensione, non tanto per le malattie che ha ben simulato, quanto per la compiacenza della moglie che fa l'infermiera e concede le sue grazie al dottore.
Lo spettacolo è terminato, Sergio Jovial chiama sul palco i componenti della Compagnia teatrale, ai quali la platea e la galleria del Giacosa non lesinano una fragorosa ondata di applausi